Diritto all'insolvenza

Issue: 
Kronstadt 63

Il motivo per cui Deutsche Bank e gli altri giganti finanziari innescano questo processo è la conseguente creazione di particolari prodotti finanziari Derivati (i CDS=Credit Default Swaps), venduti con l’obbiettivo di far fronte al rischio di Default, cioè assicurare il rischio di fallimento di un titolo. Oggi il 90% dei CDS è detenuto da cinque società finanziarie. (La stessa dinamica è avvenuta in Grecia prima che da noi: Goldman Sachs ha iniziato a vendere titoli Grechi, lo Spread si è alzato, è aumentato il rischio di insolvenza, e il Premio assicurativo è salito).

Risultato?: Il valore dei CDS sui titoli Italiani è oggi cinque volte più alto che in Aprile.

Chi ha messo in moto l’allaerme Default è pertanto lo stesso soggetto che detiene le assicurazioni contro il Default stesso. Il problema viene dunque provocato ad hoc per poi far cassa con la vendita della relativa soluzione.

Si tratta di grossi guadagni: basta pensare che a Luglio, in virtù (si fa per dire) dell’operazione Greca, Goldman Sachs aveva più liquidità della Banca Centrale Americana: lucrando nel modo sopra descritto, ha incassato enormi quantità di denaro grazie ai derivati emessi per assicurare contro il Default da essa stessa alimentato.

Non è solo la vendita dei titoli di un Paese a innescare il rischio Default: il periodico abbassamento del Rating di uno Stato è il secondo elemento che concorre a scatenare il panico sui mercati, contribuendo a questa spirale di Schock Economy da parte delle società di Rating che condividono molti dei vertici con le stesse Banche/Finanziarie di cui prima.

Come fermare allora queste potenti società finanziarie che prima aizzano e poi speculano, fenomeno che sui Media tradizionali non viene mai portato all’attenzione della massa dei lettori?

Il punto fondamentale è che le principali società finanziarie in realtà non vogliono il Default, anzi sarebbe per loro una grave sconfitta, non potendo in quell’evenienza più incassare con i derivati (sarebbe come eliminare “la gallina dalle uova d’oro”): ergo l’unica cosa che si può fare per difendersi è colpirle al cuore, ossia far venir meno la materia su cui speculare. Si tratta allora di minacciare, e, se non sufficiente, attuare, questo Default come forma di sottrazione dei titoli di Stato alla spirale speculativa. Come? Rifiutandosi di pagare il debito, i mutui etc. affinchè i loro derivati diventino spazzatura (come accaduto a Lehman Brothers qualche anno fa). La domanda spontanea che alcuni cittadini legittimamente si faranno è: ma se il nostro Paese, o altri, va in Default, quali saranno le conseguenze per tutti? Per rispondere a ciò bisogna premettere che fino agli anni 90 il 50 % del debito era detenuto dalle famiglie Italiane sotto forma di risparmi (investiti in BOT ad esempio), e il 95 % di esso era comunque detenuto nei confini dell’Italia (famiglie e banche), e in quel caso perseguire il Default sarebbe stato assurdo e autolesionista.

Ma oggi, nel 2011, il debito pubblico è detenuto per l’87 % da banche e finanziarie e per ioltre il 55% è detenuto all’estero. E’ questo 87 % che verrebbe dunque colpito, e solo il rimanente 13 % delle famiglie. Un Default al 100 % provocherebbe naturalmente la totale perdita del valore dei titoli sino a farli diventare spazzatura (Junk). Ma è anche possibile innescare un Default controllato, allo stesso modo in cui regolarmente avviene quando si modificano in corso d’opera le condizioni di un contratto di debito e credito. A tal fine si può ipotizzare la possibilità di congelare una quota di questi titoli di stato, espropriandoli, cioè sottraendoli all’azione speculativa delle grandi società finanziarie, sostituirli con titoli di stato europei (tipo Eurobond) fuori dalla libera circolazione dei capitali, applicandoci un tasso di interesse ufficiale stabilito ad esempio al 2-3%, per poi scongelarli dopo un certo numero di anni. Operazione possibile dal punto di vista tecnico, ma complessa da quello politico: infatti, bisognerebbe introdurre delle restrizioni alla circolazione nel mercato dei capitali e creare una nuova agenzia europea che detenesse tali titoli come garanzia. E tale nuova agenzia europea non potrebbe né dovrebbe essere la BCE, ma piuttosto un tassello di una nuova architettura istituzionale europea, finalizzata alla costruzione di una politica fiscale comune europea che detronizzasse la sovranità fiscale nazionale in tema fiscale e di spesa pubblica.

La soluzione, dunque, non può essere nazionale, ma solo Europea: l’incontro di Barcellona del 14-16 settembre scorso è stata il primo tentativo a sostenere questa posizione innovativa e di rottura rispetto al recente passato, in cui la discussione era esclusivamente a livello nazionale. E la prova di questo sguardo nuovo e lungimirante è incarnato dalla Grecia, il primo grande Paese a cadere vittima della speculazione, e dove nessuno sciopero nazionale potrà sperare di risolvere davvero qualcosa, finchè ci si muove in un ottica nazionale. I singoli Stati, come sostengono gli Indignados Spagnoli, non hanno nessuna possibilità di uscire dalla devastante crisi che li investe: solo un collegamento e un unione di intenti potrà innescare un circolo virtuoso.

Noi non siamo solo Italiani, ma cittadini del mondo.

E la giornata del 15 Ottobre dovrebbe idealmente e praticamente incarnare questo concetto.

Le forme partitiche e sindacali nazionali esistenti non sono in grado di dare una risposta a questa nuova realtà globale (e infatti, per dolo o per ignoranza, in buona o cattiva fede, ad oggi, non lo sono stati). Urgono nuove forme di rappresentanza, nuovi esperimenti di dmocrazia radicale dal basso, nuove istituzioni (ad esempio, le lotte per i beni comuni o lo stesso San Precario, possono incarnare in nuce l’idea di tali nuove “istituzioni”), senza cadere nel tranello dell’anti-politica, ma certamente superando la prospettiva dei vecchi partiti. I sindacati stessi, anche i più antagonisti, sono caduti e cadono in una nostalgia verso forme di lotta passatiste e quindi nocive in un mondo così radicalmente mutato. Pensare di poter rispondere ai problemi dell’oggi (in tema di precarietà, di ambiente, di welfare) auspicando un ritorno a modalità di governance del passato (ruolo egemone dello Stato nel confronto del privato, contratto di lavoro a tempo indeterminato contro la precarietà di oggi, ad esempio) rischiano di essere del tutto inefficaci, in quanto mirano ai sintomi e non alla malattia. E’ necessario uscire dall’ottica dualistica Privato – Pubblico, ovvero Privatizzazioni versus Nazionalizzazioni, e provare a sperimentare forme diverse, verso la costruzione di un diritto e una pratica del Comune e forme di autorganizzazione sociale.

La scommessa di oggi è porsi l’obbiettivo di trasformarci insieme, prendendo per mano un presente che corre in avanti, senza irrigidimenti e nell’ottica di una dialettica aperta a tutte le parti e tutte le radici.

(A cura di Magda e Andrea Fumagalli)